Questo senso di sproporzione doveva agire, in origine, nel modo stesso di vivere il rapporto con la citta: la Potenza piccolo borghese, nei suoi modelli culturali e nel suo stesso tessuto "antropologico“, doveva offrirsi sullo scorcio degli anni '40, all'uscita dalla guerra e dal fascismo, come proiettata verso un sogno di citta, verso una figura "urbana che non riusciva ad assumere, ma che forse già conteneva in sé (o sognava di contenere in sé), senza riuscire ad esserlo. Fallite quelle promesse e travolte dal vento dell'emigrazione, di Potenza rimaneva un'immagine di citta metafisica, di possibilità non realizzata ma definita in una sproporzione: e questa sproporzione nutriva una “memoria.” priva di ogni aura patetica, di ogni ripiegamento lirico o nostalgico, una "memoria" intimamente regolata da una spinta comica (dato il legame del comico con la sproporzione, con lo scompenso tra livelli diversi, con la differenza di potenziale). Si ritrovano qui le modalità in cui lo spirito comico di Riviello emerge proprio da questo fondo meridionale, lucano, cittadino, piccolo-borghese, nello squilibrio di potenze scatenato a Potenza e da Potenza: un fondo dietro cui si affacciano le tracce appena visibili di arcaiche maschere greco-itatiche congelate in rictus indecifrabili, l'eco lontana dell'enigmatico sorriso apulo del venosino Orazio, l' humour nero e celeste, cosmopolita e parigino del surrealismo novecentesco, l'ammiccare verbale e corporeo dell'avanspettacolo meridionale (fino alla smorfia slogata e metafisica della moderna maschera del grande Totò), e ancora le varie coniugazioni dell'assurdo postbellico.
Partendo da queste radici, capaci di agire sul disporsi stesso del linguaggio, sulla sua interna dimensione gestuale (esaltata da una vocazione incoercibile alla scena, all' oralità), dalla sproporzione entro di esse data e da esse innescata, Riviello si è messo ad ascoltare le molteplici voci della comunicazione contemporanea; ha come precipitato quegli scambi di potenza nel calderone dei linguaggi che, a partire dagli anni '60, sono andati sempre piu affollando il "centro", che hanno fatto e detto la nostra cultura onnivalente, omogenea e policentrica, disintegrata e moltiplicata: i linguaggi della modernità e del metropoli pervasiva, di quella "città" penetrata un po' dappertutto, fino a divenire ''postmoderna", telematica, derealizzante. Con il suo originario senso della sproporzione Riviello ha preso di petto singoli frammenti della evanescente realtà verbale e fisica in cui siamo oggi immersi, ha fatto sprigionare scintille dal suo vuoto, ha giocato con l' assurdità del suo indifferente apparire; ha manipolato comicamente i nostri linguaggi più normali e onnivalenti, che percorrono i media in tutte le direzioni, da Roma a Parigi a New York a Potenza (da quello del dibattito culturale, a quello della politica, della cronaca, dello spettacolo, della pubblicita, della televisione). E ha cosi mostrato la loro inconsistenza, facendone nello stesso tempo scaturire illuminazioni comiche, scariche di potenziale elettrico, solidarieta magiche, incongrue, sinistre, imbambolate allucinazioni. Giocando con le parole, combinando e