scombinando certi pezzi della nostra quotidiana comunicazione postmoderna, frasi e formule in cui i media sembrano riassumere il senso e il colore del tempo e della storia che si fa giorno per giorno, si è posto come uno degli analisti più sottili della fatuità del presente: ha contribuito a svelarne la natura (per dirla con it suo Totò) di "quisquilie, bezzecole, pinzellacchere", e ha ricavato da questa sua analisi beffarda e sfrontata qualche scheggia di "meraviglioso", come in un sogno ad occhi aperti sempre ironico e pronto a smentire se stesso, a fare qualche passo in più, a scoprire qualche nuova incongruità, sproporzione, qualche ulteriore scivolamento e improponibilità del senso.
Nella prima educazione letteraria di Riviello si è dato un fecondo rapporto con alcuni "maggiori" geograficamente vicini, come Rocco Scotellaro, Ernesto De Martino, Leonardo Sinisgalli e Alfonso Gatto (mentre da un altro punto di vista non poteva mancare la suggestione di Carlo Levi): in quell' orizzonte lucano e meridionale occorreva d'altra parte fare i conti con una prima esigenza di confronto con la "realtà", con il richiamo di un mondo concreto e definito, che agiva pur entro la fortissima disposizione a scoprirvi sproporzioni e incongruità. In questo confronto con la realtà Riviello incontrava subito lo sperimentalismo di "Officina" e poi giungeva a sfiorare con curiosità (pur senza condividerne la programmatici ideologica) le esperienze della neoaganguardia. Tralasciando le non trascurabili esperienze precedenti (e la prima raccolta Premaman, apparsa nel "cruciale" 1968), il libro che qui si presenta prende avvio significativamente dai testi de L' astuzia della realtà (risalenti agli anni 1967-1974 e raccolti insieme nel 1975): il titolo stesso di questa prima sezione mostra in tutta chiarezza come l'originaria materia "realistica", attinta per lo più a occasioni e situazioni concrete del mondo urbano e piccolo-borghese di cui si è detto, faccia sprigionare "astutamente" inedite combinazioni, conduca al di là della realtà data, nello spazio della sorpresa, dell'imprevisto, del "meraviglioso". Riviello segue qui più direttamente la via di un "realismo surrealisitico", di un suo surrealismo lucano, domestico, piccolo-borghese, legato all'utopia, alla bizzarria, al ricordo delle "buone cose di pessimo gusto" vissute e toccate dall'autore stesso nell'adolescenza a Potenza.Un rilievo particolare assume così il sogno, che si pone come proiezione interna a quella realtà urbana meridionale: come una sua modalità, un suo rivolgersi verso altro da sé, verso possibilità difficili da afferrare, mai davvero afferrate e conquistate. E' un sognare che si svolge dal torpore della piazza della città di provincia: sogno di una cultura cosmopolitica, sogno di essere su di una scena pubblica, il sogno insomma della provincia italiana del dopoguerra, di un'adolescenza e di una giovinezza che, partendo da una realtà tanto circostanziata, fatta di rapporti, di affetti, di situazioni e occasioni minute e paradossali, si rivolge verso le promesse e le possibilità del "moderno"