paradossalità del nostro rapporto con il passato, della consuetudine a farne parte del presente, a condensarlo in figurette disponibili e compresenti. Come esplicitamente sottolinea Ottica della storia, questo sguardo azzera i contrasti, finisce per far andare a braccetto, "in tandem", personaggi che furono nemici irriducibili, appiattisce tutto nella contemporaneità di "una foto di scuola": il gioco poetico ruota, scherzando in tutta leggerezza con queste figurette (tra cui emergono in modo particolare Tasso, Napoleone, D'Annunzio), sull' implicità assurdità della storia e della tradizione, sul loro inevitabile imbrogliare le carte, sull' affogare dei loro segni e delle loro tracce nella indeterminata coscienza di chi le guarda "da dopo", di chi ne afferra e considera le immagini dentro di sé. Riviello ha amato da sempre agire comicamente sulle parole attraverso una serie di confronti vocali, mettendo in contatto e in contrasto termini semanticamente molto lontani, attraverso l'individuazione o la creazione di identità fonetiche: il suo comico linguistico agisce sulle parole più consunte, più segnate da usi convenzionali, rivitalizzandole attraverso paronomasie, ripetizioni in forme diverse, spostamenti e deformazioni elementari, e trascinandole in evanescenti cavillazioni, in insistenti ed aleatorie combinazioni, in prolungate esplosioni di nonsense. Questa azione sul linguaggio rinvia a certa comicità del teatro di varietà novecentesco, alle capziosità metafisiche del grande Petrolini, ai riavvolgimenti linguistici di Totò, a tutta la tradizione dell'avanspettacolo e del cabaret : e prende pienamente il campo a partire da Tabarin (1985), che tocca livelli di comicità irresistibile, tra sogno, nostalgia, beffa, piacevole ritratto di situazioni curiose e sospensione di ogni senso possibile, di ogni credibilità delle forme e delle convenzioni linguistiche. Il delirio fonico si aggroviglia su singoli nuclei verbali (come connessione e connettere in Manicheismo) o si inceppa in frantumati balbettii, in richiami deformati e sconnessi a lingue straniere, soprattutto a un francese da variété (come in Piano del Conte). Questo delirio mette in dubbio la consistenza delle cose, della loro nominazione, dei tentativi dell'io di imporsi sul fluttuante avvolgersi della realtà e della parola: su questa strada Assurdo e familiare (1986) svolge un più serrato ed aggressivo confronto con i linguaggi e i simulacri dei nostri anni, con le formule stereotipate e le inerti convenzioni della cultura nei suoi diversi gradi (dalla cultura letteraria e filosofica all'universo della musica leggera e dello sport). Si infittisce l'orizzonte della parodia, che si rivolge alle forme della polemica culturale (Iniuria verbis), a certe modalità della scrittura poetica (Alla maniera ermetica, particolarmente graffiante in anni di ritorni orfico-ermetici), a usi e schemi del linguaggio dell'attualità (da Status quo, a Il pensatore di Rodin), ecc. Ma la gamma del gioco e dell'invenzione è qui amplissima, ricavando squarci di trionfante "assurdità" fonica (su cui agisce anche la suggestione di un maestro dell'assurdo come Eugène Ionesco) dalle più diverse voci della quotidianità collettiva e di