presente. Un presente che è "detto" da un linguaggio in primo luogo televisivo, che filtra entro di sé eventi, situazioni, misteri, fatti e fattacci della cronaca e della storia in cui siamo immersi. Anche qui Riviello parte per lo più da singole parole o modi di dire diffusi e li sottopone a combinazioni, spostamenti, avvolgimenti, che ne svelano l' assurda normalità: e molto bene lo mostra già la prima poesia, A chi, che ruota intorno alla domanda "A chi giova", tante volte formulata negli anni passati dal linguaggio politico e giornalistico per i tanti fatti oscuri che hanno agitato l'Italia. Numerosi sono qui i testi che si riferiscono ai vari "misteri" della cronaca italiana, che smantellano giocosamente il vano chiacchiericcio che li ha accompagnati, che colpiscono certe parole salite sulla scena, diventate moneta corrente, pure formule che finivano per nascondere la realtà di quanto stava accadendo (si vedano ancora Presunzione, Soapopera, Gladiator). Insieme all' eco di questi recenti "misteri" italiani si affacciano domande sulla storia e sull'identità italiana, richiami alla guerra del golfo, frammenti "aggiornati" di vaniloquio piccolo-borghese, mentre il Poema del pescattore, offre una singolare fittissima "storia del mare", del suo cancellarsi dall'esperienza, in un accavallarsi di luoghi comuni culturali e subculturali, come in una divertita e sbilenca saga telematica. E anche qui, nel suo spericolato giocare con l'assurdo, Riviello tocca livelli di inquietudine metafisica ed esistenziale, come in Il buio del nero, e in Teorema. E nei due ultimi testi, Le parole e La memoria caduta, si offre come il suggello del dissolversi degli strumenti stessi della poesia, della cultura e dell'esperienza, nel crogiuolo vuoto e simultaneo del presente: rarefarsi e perdersi delle parole, del loro intimo rapporto corporeo con la realtà e con la verità ("Le parole evocano il vero /se si diceva mister c'era il mistero"); fine della storia e abolizione del passato e del futuro, in un semplice gioco di parole con riferimenti "meridionali" ("Abolito il futuro con la caduta del muro / la battaglia di Canne è un canneto / d'un canonico di Canosa").
Nel percorso che questo libro permette di seguire, si può insomma verificare come la maschera comica assunta da Riviello, sorta dal fondo del perduto orizzonte meridionale cittadino e piccolo borghese, corroda la convenzionalità e la ripetitività dei linguaggi e delle situazioni da cui siamo presi, la loro atteggiata e improbabile serietà, la loro pretesa di normalità e di normatività, la loro supponenza e convinzione di sé: mostra la loro evanescenza e futilità, riducendo il linguaggio ad una infantile libertà di associazioni e deformazioni vocali, squarciata da una interna e solo a tratti affiorante malinconia per qualcosa di perduto e di inappagato. Un gioco scatenato e spesso esilarante (specie se affidato all' oralità e alla presenza fisica dell'autore), in cui la coscienza della sproporzione della parola e del linguaggio introduce un filo di tristezza e di nostalgia, come del resto accade in tutta la comicità a cui Riviello si ispira. Questa maschera beffarda ci lascia una immagine assai vivace di questo scorcio di fine millennio, della sua realtà e del suo linguaggio: conserva nel suo "monumento" comico le ridicole e velenose miscele dell'Italia postmoderna, ne trae occasione di autentico piacere comico, e ci invita ad allontanarci da esse, ci mette in guardia dal continuare a prenderle troppo sul serio.

Giulio Ferroni